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Progettare l’imballaggio in ottica sostenibile

Condividi Segnala a un amico 05 May 2008
e problematiche connesse alla produzione di rifiuti hanno assunto negli ultimi decenni proporzioni sempre maggiori in relazione al miglioramento delle condizioni economiche, al veloce progredire dello sviluppo industriale, all’incremento della popolazione e delle aree urbane.
La produzione dei rifiuti è infatti progressivamente aumentata quale sintomo del progresso economico e dell’aumento dei consumi.
La diversificazione dei processi produttivi ha inoltre generato la moltiplicazione della tipologia dei rifiuti con effetti sempre più nocivi per l’ambiente.
La scelta delle priorità, in questo settore, ha conseguenze dirette per l’economia e per l’ambiente ed è importante non solo per le politiche ambientali ma anche per la tecnologia e la politica economica e dei consumi.
Una corretta politica di gestione dei rifiuti deve essere una politica globale, attenta a tutto il ciclo del prodotto che a fine vita diventa rifiuto; importante è agire sin dal livello di progettazione del bene e successivamente nelle varie fasi della sua vita: produzione, distribuzione e consumo.

Uno dei principali rifiuti urbani è il rifiuto di imballaggio


Per comprendere quali siano i percorsi migliori per progettare imballaggi nell’ottica della sostenibilità ambientale è necessario riferirsi alla legislazione vigente e in particolare agli obblighi che la stessa prevede per le aziende; ovvero l’obbligo di conformità ai sette “Requisiti Essenziali” .
Ci sono due livelli di leggi, quelle comunitarie e quelle nazionali.
La legislazione nazionale deriva dalla Direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio, che è stata modificata dalla Direttiva 2004/12/CE.
La prima direttiva è stata recepita dalla legislazione nazionale con l’emanazione del DL 5/2/97, nr. 22, il cosiddetto Decreto Ronchi. La seconda deve ancora essere recepita.
Nel frattempo il DL 5/2/97, nr. 22 è stato superato dalla pubblicazione del D.Lgs 3/4/06, nr. 152.
L’art. 226, comma 3 del D.Lgs 152 stabilisce che: “Possono essere commercializzati solo imballaggi rispondenti agli standard europei fissati dal Comitato europeo normalizzazione in conformità ai requisiti essenziali stabiliti dall'articolo 9 della direttiva 94/62/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 20/12/94” .
Per quanto riguarda le norme tecniche europee, su mandato della Commissione UE, il CEN ha elaborato una prima edizione degli standard europei nel 2000 e un secondo approvato nel 2004 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale UE nel 2005 (vedere il box “I riferimenti Uni”).

Quali sono i “requisiti” e qual è il ruolo dell’azienda


Partiamo dal primo requisito: riduzione di pesi e volumi alla fonte.
Tutti gli imballaggi, anche quelli in materia plastica, devono essere sottoposti a un processo di alleggerimento e/o a una diminuzione del volume, siano essi nuovi o già in commercio.
Per capire se un packaging possa essere “alleggerito” si deve partire da una soluzione già esistente e si deve valutare quale sia l’aspetto che impedisca una ulteriore riduzione.
Se, per esempio, la riduzione di spessore della materia plastica che costituisce una bottiglia per bevande gassate dovesse annullare la capacità del polimero di effettuare una efficace barriera ai gas avremmo trovato un motivo validissimo per non alleggerire ulteriormente.
Queste riduzioni non sono però illimitate. L’azienda può e deve ridurre fino al limite rappresentato dalla necessità che il packaging svolga al meglio la sua funzione. E quando non sarà più possibile ridurre? L’azienda dovrà essere in grado di dimostrare perché! Ma l’analisi non finisce qui.
Viene, infatti, anche richiesto che si sappia se sono state aggiunte sostanze pericolose per l’ambiente nel ciclo produttivo di tutti i materiali utilizzati per produrre un imballaggio. Se queste sostanze sono state aggiunte bisogna minimizzarne la presenza nell’imballaggio finito.
Infine, esiste un limite di presenza dei metalli pesanti negli imballaggi.
Superato questo primo ostacolo l’azienda si troverà di fronte ad un bivio. Dovrà decidere se il suo imballaggio sarà riutilizzabile o svolgerà la sua funzione un’unica volta, ovvero “monouso” e diventa un rifiuto non appena ha terminato di svolgere la sua funzione.
Questo imballaggio dovrà essere “recuperabile”: o sarà riciclabile, o sarà recuperabile energeticamente o sarà compostabile.

Come ridurre la produzione di rifiuti di imballaggio


Si tratta di agire a monte. In pratica ciò può avvenire nel momento della progettazione dell’imballaggio, con l’accortezza di guardare all’intero flusso dell’imballaggio stesso e alla vita del bene che dovrà proteggere.
Non a caso la riduzione del peso e del volume per unità di prodotto sono gli interventi più frequenti sull’imballaggio. Infatti, le aziende utilizzatrici abbinano in questo modo efficacemente l’attenzione verso l’ambiente e il vantaggio economico, spesso rilevante, di acquistare meno materiali per l’imballaggio.
Ma, come sempre, il passaggio dalla teoria alla pratica si rivela più complesso.
É raro che la riduzione del peso e del volume possano essere applicati al singolo imballaggio, a meno che questo non svolga contemporaneamente le funzioni primarie (di presentazione) e di trasporto. Normalmente si deve gestire un “sistema di imballaggi”, composto da un pack primario, a contatto con il prodotto, uno secondario di presentazione e uno terziario per il trasporto.
Facciamo alcuni esempi. Alleggerendo molto una bottiglia, sia essa di vetro o di materiale plastico, sarà necessario irrobustire l’imballaggio per il trasporto. Va poi detto che per ridurre lo spessore del materiale plastico che costituisce il flacone di un detergente si arriva a utilizzare una sofisticatissima tecnologia derivata dal mondo aerospaziale. Diventa così possibile simulare la resistenza al carico del flacone costituito da quantità diverse di materiale.
Vi sono gruppi internazionali che chiedono da alcuni anni ai loro tecnici riduzioni a due cifre percentuali degli imballaggi.
Queste sono solo alcune delle strade che il progettista d’imballaggi sta percorrendo, ma il suo compito non finirà qui. Infatti troverà altre possibilità di minimizzare i rifiuti di imballaggio studiando le fasi di produzione e movimentazione del bene durante tutta la sua vita.
Anche qui possiamo fare delle ipotesi. Per esempio possiamo immaginare la realizzazione di un unico imballaggio (un flacone) che svolga contemporaneamente la funzione di trasporto e di esposizione; che possa essere spedito dall’azienda produttrice di imballaggi primari vuoti senza ulteriori protezioni; che possa raggiungere l’azienda “riempitrice” e entrare direttamente nel ciclo di produzione; che quindi possa essere posto meccanicamente su un pallet occupandone perfettamente tutta la superficie disponibile; e che infine sappia agevolare l’operazione di posizionamento sullo scaffale del punto di vendita da parte dell’apposito addetto. Quanti imballaggi si risparmierebbero con questa soluzione? E quanto tempo di lavorazione? Di quanto ridurremmo l’impatto ambientale?

Come allungare la vita dell’imballaggio


Posto l’obiettivo di realizzare imballaggi che abbiano un impatto ambientale sempre minore, un’altra importante possibilità per ottemperare a questa esigenza è rappresentata dalla realizzazione di imballaggi riutilizzabili e dall’effettivo riutilizzo degli stessi.
Si tratta di rivedere in chiave critica, ove possibile, i propri imballaggi “a perdere” per analizzare se, ambientalmente parlando, sia meglio sostituirli con una soluzione “a rendere”.
L’imballaggio riutilizzabile sta conquistando spazi soprattutto nel segmento degli imballaggi da trasporto e movimentazione. Ciò è legato a una constatazione: trattandosi di realizzare un parco mobile di imballaggi, è economicamente molto più vantaggioso poterli controllare direttamente.
Ecco, quindi, che gli imballaggi che contengono i beni di cui l’azienda necessita possono essere facilmente riutilizzabili, ma anche quelli che contengono per esempio i semilavorati che devono spostarsi da uno stabilimento all’altro di uno stesso gruppo.
Per gli stessi motivi è spesso utile e ambientalmente valido utilizzare imballaggi riutilizzabili per il trasporto dei beni dalla fabbrica al centro di distribuzione.
Invece gli imballaggi riutilizzabili sono meno presenti quando si tratti di confezionare un prodotto che raggiunge un operatore economico terzo, ma vi sono casi un cui ciò avviene con successo. Qualora un importante cliente garantisca l’acquisto in grandi quantità di un prodotto di valore e la consegna del bene avvenga in tempi prestabiliti e con mezzi ottimizzati, realizzare imballaggi riutilizzabili può senza dubbio essere vantaggioso sia per l’ambiente sia economicamente.
In Germania l’imballaggio che contiene l’ortofrutta acquistata dalla distribuzione moderna per la vendita al libero servizio, viene riutilizzato molte volte.
Seppure la gestione possa diventare più impegnativa e l’impatto ambientale possa aumentare considerevolmente, in alcuni casi anche l’imballaggio che raggiunge il consumatore finale può essere riutilizzabile: per esempio la bottiglia in vetro a rendere per l’acqua minerale (oggi sostituita con la bottiglia a perdere in materiale plastico) oppure lo spruzzatore per detergenti, che senza dubbio è in grado di svolgere la sua funzione più a lungo del tempo necessario per consumare il prodotto contenuto nel flacone (potrebbe essere svitato e riavvitato su una confezione di ricarica).

Quali imballaggi facilitano la raccolta differenziata?


Nel momento della progettazione di imballaggi monouso è importante non sottovalutare il loro destino finale. É chiaro che non è possibile sapere a priori dove effettivamente finirà il singolo imballaggio quando diventerà un rifiuto, se verrà riciclato o incenerito con recupero energetico o trasformato in composto o immesso in discarica.
Ma nell’ottica del decreto Ronchi è indispensabile che l’imballaggio post consumo abbia una nuova vita. Per certi versi un imballaggio in monomateriale, di dimensioni e peso significativi e di facile riconoscibilità è il modello ideale per facilitare la raccolta differenziata.
Non procurano grandi problemi neppure gli imballaggi composti da più materiali, se questi fossero pochi, facilmente identificabili e separabili.
Tuttavia, in relazione alla specificità della loro funzione, non tutti gli imballaggi possono rispondere in toto a queste prerogative. Molti packaging sono infatti compositi, cioè possono essere imballaggi poliaccoppiati o imballaggi che risultano dall’assemblaggio di componenti costituite da materiali diversi.
Nel primo caso la separazione dei singoli materiali risulta quasi sempre impossibile, nel secondo spesso difficile.
Al fine di facilitare la raccolta differenziata è indispensabile l’apposizione della sigla e/o del numero di identificazione del materiale, qualora la raccolta avvenga mettendo insieme rifiuti di imballaggio di materiali diversi e la selezione venga effettuata a mano successivamente.

Utilizzare materiale riciclato


Il “collo di bottiglia” del successo del riciclaggio è il mercato di sbocco del materiale riciclato.
In teoria il risultato ottimale sarebbe rappresentato dal “ciclo chiuso”, cioè quando con il materiale riciclato ottenuto da un rifiuto di imballaggio possa esser realizzato un altro imballaggio. Per esempio il vetro: rottami di bottiglie possono essere fusi con altre bottiglie, anche se con il rottame oggi raccolto si possono produrre solamente bottiglie verdi o marroni. Con le materie plastiche i problemi aumentano. Prima di tutto perché è espressamente vietato dalla legge l’utilizzo di plastica riciclata per realizzare imballaggi che vadano a contatto con gli alimenti (il 60% degli imballaggi prodotti è destinato al settore alimentare, food e beverage) e con i prodotti farmaceutici. Ma la plastica riciclata pone anche qualche difficoltà di natura tecnologica. Le impurità inevitabilmente presenti nel materiale riciclato, spesso impediscono la produzione di un manufatto omogeneo, contrastando le principali funzioni che l’imballaggio deve svolgere: il contenimento sicuro e la protezione ottimale del prodotto.
Per gli altri materiali la situazione può essere anche molto diversa.
La carta in genere può godere di un ciclo chiuso, soprattutto in Italia dove le cartiere sono da sempre specializzate a utilizzare efficacemente il macero per realizzare nuovi materiali cartacei destinati in gran parte all’imballaggio.
L’alluminio utilizzato per gli imballaggi è costituito da leghe diverse e se continueremo a raccogliere tutte insieme le lattine delle bevande, le bombolette e le vaschette non sarà facilissimo avere un ciclo chiuso.
Il destino del legno da imballaggio riciclato è in genere al di fuori del settore: diventa infatti materia prima per realizzare pannelli e truciolati.
L’acciaio, infine, dopo l’eliminazione dello stagno che lo ricopre, può ritornare a essere, per esempio, un barattolo per conserve.

Non più potere calorifico, ma “guadagno” calorifico


Dopo tanti anni passati a parlare di “potere calorifico” di questo o di quel materiale, dobbiamo oggi abituarci a usare la definizione “guadagno calorifico”, secondo la norma CEN recentemente definita. É questo, infatti, uno dei due concetti di base da utilizzare quando si vogliano stabilire i requisiti degli imballaggi recuperabili come energia.
Prima di tutto l’imballaggio deve essere combustibile, ma subito dopo l’imballaggio deve essere in grado di fornire un guadagno calorifico.
Come si definisce questo guadagno calorifico?
É la differenza tra il potere calorifico inferiore di un certo materiale e l’energia richiesta per scaldare in un sistema chiuso i prodotti della combustione da 25 a 850° C, con una concentrazione finale di ossigeno del 6%.
Con questa nuova definizione tecnico/scientifica tutti gli imballaggi la cui componente organica sia superiore al 50% sono da considerarsi recuperabili come energia, poiché generano sempre un guadagno calorifico. Gli imballaggi in materia plastica, in carta e in legno rientrano sono tutti recuperabili come energia.

Biodegradabilità e altre proposte


Tra le opzioni teoriche di valorizzazione dei rifiuti di imballaggio c’è anche il compostaggio.
Nella pratica, tuttavia, l’utilizzo di imballaggi biodegradabili è limitato ad alcune nicchie molto particolari.
Ciò non deve meravigliare perché la biodegradabilità è in contrasto con la capacità di conservare il prodotto nello spazio e nel tempo. Nella maggior parte dei casi, all’imballaggio viene proprio richiesto di preservare il contenuto nelle migliori condizioni possibili, il più a lungo possibile. Ecco pertanto che, molto opportunamente, può essere biodegradabile l’imballaggio di una piantina, ma non certo il sacco del diserbante in polvere. Sempre in termini di applicazioni speciali, sono interessanti anche gli imballaggi idrosolubili, purché naturalmente non inquinino le acque.
Francia, Regno Unito e Repubblica Ceca sono i “battistrada” dell’applicazione dei requisiti ambientali. In questi paesi è già arrivata la dichiarazione di conformità ambientale.
I legislatori di questi Paesi hanno impresso un’accelerazione all’applicazione dei “requisiti ambientali essenziali”. Hanno infatti richiesto che ogni prodotto confezionato destinato a quei mercati sia provvisto di una dichiarazione firmata nella quale si affermi che l’imballaggio di ciascun prodotto è stato sottoposto a una procedura di controllo volta a stabilire che soddisfi i requisiti ambientali essenziali, in base alle norme CEN già esistenti.
E in Italia?

I riferimenti UNI
UNI EN 13428/2005 - Requisiti specifici per la fabbricazione e la composizione. Prevenzione per riduzione alla fonte.
La norma specifica un procedimento per la valutazione degli imballaggi per garantire che peso e/o volume assicurino funzionalità, sicurezza e accettabilità del prodotto confezionato.
UNI EN 13429/2005 - Riutilizzo.
La norma specifica i requisiti che un imballaggio deve possedere per poter essere classificato riutilizzabile e stabilisce i procedimenti per la valutazione della conformità a tali requisiti, compresi i requisiti associati.
UNI EN 13430/2005 - Requisiti per imballaggi recuperabili per riciclo di materiali.
La norma specifica i requisiti degli imballaggi da classificare come “recuperabili” mediante riciclo dei materiali e definisce procedimenti per la valutazione della conformità a tali requisiti.
UNI EN 13431/2005 - Requisiti per imballaggi recuperabili sotto forma di recupero energetico compresa la specifica del potere calorifico inferiore minimo.
La norma specifica i requisiti che un imballaggio deve possedere per poter essere classificato recuperabile sotto forma d’energia e stabilisce i procedimenti per la valutazione della conformità a tali requisiti. Lo scopo è limitato a ciò che è controllabile dal fornitore.
UNI EN 13432/2002 - Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione – Schema di prova e criteri di valutazione per l’accettazione finale degli imballaggi.
La norma specifica i requisiti e i procedimenti per determinare le possibilità di compostaggio e di trattamento anaerobico degli imballaggi e dei materiali di imballaggio.