Accedi oppure registrati

Interviste » IoBio: il terriccio nel pack di cartone

IoBio: il terriccio nel pack di cartone

Condividi Segnala a un amico 20 January 2014

Tag:

L'ultima novità di Fertil è un terriccio che presenta numerose novità sul fronte dell'ecosostenibilità. Quella più visibile è senza dubbio il pack in cartone: una vera innovazione per il mercato del gardening. Ce ne parla Paolo Notaristefano, responsabile tecnico e commerciale di Fertil.
In questi anni abbiamo imparato a conoscere Fertil per la sua attenzione alle tematiche della sostenibilità e al rispetto per l'ambiente: vale la pena di ricordare che, già nel 2004, Fertil lanciò i primi substrati peat free (dall'inglese senza torba) con marchio Ecolabel. Inoltre è impegnata a sostenere il riciclo dei pallet e si è assoggettata a royalties in favore delle Ong ambientaliste. Per il 2014 Fertil ha realizzato una vera novità per il mercato dei substrati: il terriccio IoBio, caratterizzato da un pack in cartone, con all'interno un sacchetto di biopolimero compostabile (per proteggere il pack esterno dall'umidità del substrato) e con un ridotto uso degli inchiostri inquinanti. Ma questo “passo” rappresenta soltanto un passaggio in una politica di sviluppo che punterà sempre di più sulla difesa dell'ambiente. Per saperne di più abbiamo incontrato Paolo Notaristefano, responsabile tecnico e commerciale di Fertil, nonché membro del Comitato Tecnico Scientifico di Aipsa, l'Associazione che riunisce le principali aziende del mercato italiano dei substrati.

Ridurre plastica e pack inquinanti è un dovere di tutti

Mondo Pratico: Come è nato il progetto IoBio?
Paolo Notaristefano: Il progetto è parte integrante di una politica, che fa della responsabilità d’impresa un pilastro primario del nostro agire. Fertil fa ambiente per davvero. Annualmente, recuperiamo decine di migliaia di tonnellate di matrici organiche restituendole a seconda vita, nell’ambito di una strategia di gestione dei rifiuti riconosciuta ormai da tutta Europa come la via maestra da seguire.
Riceviamo continuamente visite didattiche: dai bambini delle scuole elementari, che fanno educazione civica, fino ai master universitari nazionali e internazionali, interessati al nostro modo di chiudere il cerchio in modo razionale ed ecosostenibile. Purtroppo, il nostro mercato di riferimento è stato interessato, per molti anni, da comunicazioni fuorvianti e anacronistiche, che leggono nel compostaggio una pratica incompatibile con la qualità agronomica. Niente di più errato. In questo quadro, non mi stupisco che anche il nostro sforzo di ridurre l’impatto ambientale delle confezioni possa sembrare singolare. Mi piace ricordare, che quando si movimenta un automezzo di terriccio per consegnarlo alla grande distribuzione o ai garden center si trasporta un abete di 30–40 anni di età (che compone i pallet, non meno di una mezza tonnellata di legno) e circa 150 kg di polietilene derivato dal petrolio. Vogliamo provare a intervenire seriamente sulla voce plastica, surrogandola completamente. Crediamo che la responsabilità ambientale e l’etica d’impresa in un contesto globale che funziona al 150% (usa più risorse di quante ne produce) non possa più essere una componente secondaria della produzione industriale. Mentre noi ci confrontiamo su questi argomenti le principali Ong ambientaliste annunciano di voler abbandonare la Conferenza di Varsavia. C’è da riflettere su dove stiamo andando a livello ambientale e su che eredità lasceremo. Non credi?
 
Mondo Pratico: Si, sono molto d'accordo. Ho notato che questo terriccio, pur avendo una forte connotazione eco-sostenibile, non è peat free (cioè non è senza torba). Il mercato italiano non è ancora pronto per i terricci senza torba?
Paolo Notaristefano: È un progetto in divenire, che richiede la partecipazione attiva del mercato, o almeno della quota che vuol credere, come noi, che sia possibile. Mi auguro vorrà aiutarci a migliorare le performance del pack. Abbiamo scelto, per il momento, di partire con un prodotto poco aggressivo nei confronti dei biopolimeri che stiamo impiegando (altri sono in fase di sperimentazione). All’interno della scatola il terriccio è contenuto in un sacchetto in biopolimero compostabile. La scatola stessa è prodotta con cartone riciclato dove, avrai notato, abbiamo ridotto al massimo l’uso degli inchiostri. Ha già quindi una seconda vita e a fine impiego il prodotto non lascia traccia. La scatola può essere impiegata per usi alternativi e comunque reintrodotta nella filiera di recupero di carta e cartone per una terza vita. Il sacchetto interno può entrare nella filiera dell’umido, oppure del compostaggio domestico, altra pratica in aumento e certamente da incoraggiare.
I materiali impiegati e in particolare i biopolimeri sono tutti frutto dell’ingegno e dell’iniziativa nazionale. Il passo successivo sarà quello di abbinare la tecnologia messa a punto anche con prodotti peat free annullando anche l’impatto d’uso della torba. Per rispondere alla tua domanda, credo che il mercato sia pronto al peat free, nella misura in cui ci si crede per davvero e lo si educa. Ritengo che presto vedrai molti operatori orientarsi sulla fibra di cocco, in alternativa alla torba. Non sempre però questa scelta ha radici in una precisa scelta ambientale. Oggi la fibra è più accessibile rispetto a dieci anni fa, quando noi abbiamo aperto la strada, sia per l’aumento dell’offerta, sia per il cambio euro/dollaro più favorevole, al punto da essere, in determinate particolari congiunture, più conveniente della torba stessa.

Sostenibilità: “chi ci crede cerca la strada, chi non ci crede cerca scuse”

Mondo Pratico: La fibra di cocco è un buon sostituto della torba, ma spesso ha una salinità eccessiva e talvolta batteri. Mi sembra di capire che il problema sia la selezione di materie prime di alta qualità e ben "lavorate", ma spesso le aziende del settore dicono ai retailer (e quindi ai consumatori) che la fibra di cocco "non funziona". Cosa ne pensi?
Paolo Notaristefano: Effettivamente, ci troviamo di fronte a una risorsa rinnovabile, che proviene tuttavia da zone litoranee (India, Sri Lanka e Repubblica Dominicana). La salsedine si insinua nel prodotto, che deve essere assoggettato a opportuni lavaggi in acqua dolce prima dell’impiego nella produzione di substrati. È in questo contesto di lavorazione che possono verificarsi anche contaminazioni batteriche. Tuttavia chi generalizza sbaglia. Esistono stabilimenti produttivi che lavorano bene e producono un materiale che per proprietà agronomiche è molto simile alla torba, per certi aspetti anche superiore, sicuro ed impiegabile serenamente nella surrogazione della torba. Il Comitato Tecnico Aipsa lavorerà quest’anno con un progetto specifico dedicato a questo materiale. Presto potremo quindi contare su un quadro conoscitivo più approfondito, scientifico e meno soggettivo.
 
Mondo Pratico: Stesso discorso per il compost. Addirittura ci sono aziende che indicano sui sacchi "senza compost", come se fosse un veleno anziché una risorsa...
Paolo Notaristefano: Il compostaggio si è fortemente evoluto e oggi l’esperienza, unita alla tecnologia, consente di pilotare il processo nella direzione che si preferisce. Selezionando le matrici di partenza, si possono produrre compost ad alto potere fertilizzante da destinare all’agricoltura specializzata, compost a bassa salinità da impiegare nella produzione dei terricci, compost ad alto tenore di acidi humici e bassa salinità (come noi facciamo con Plant Energy, attraverso un processo molto particolare), ecc. Chi fa marketing contro le strategie di gestione delle matrici organiche universalmente riconosciute come vincenti è solamente fuori dal tempo. Credo sia dovuto a un effetto volpe e uva”. Usare la torba è molto comodo e, soprattutto, molto economico: questa è la vera ragione del mancato decollo del peat free oltre, chiaramente e innegabilmente, ad aspetti quantitativi. È la risorsa oggi più abbondante e accessibile, ma certamente senza vantaggio alcuno per l’ambiente. Per uscire da questo meccanismo bisogna investire in ricerca, credere che sia possibile ottenere ingredienti nuovi, magari, perché no, anche se sembrerà ancora più singolare, coltivandoli nei campi. Le restrizioni d’impiego, e penso per esempio alla politica inglese, credo che possano fare solo del bene al segmento, che da troppo non innova se non nella grafica del packaging.
 
Mondo Pratico: Torniamo al nuovo prodotto. Ho visto un pack da 12 litri: come è composta la linea?
Paolo Notaristefano: Non siamo ancora in grado di interpretare una linea di prodotti, anche se l’intenzione c’è. La scatola stessa anticipa l’intenzione parlando di “collezione” IoBio. Anche nel naming abbiamo puntato a stimolare una presa di posizione circa la responsabilità del consumo. C’è ancora molto da testare e da implementare e nel cassetto, abbiamo già altre soluzioni da proporre con materiali parimenti innovativi. Come accennavo, il passo successivo potrebbe essere quello di inserire proprio un peat free, per annullare quasi completamente l’ecoimpronta. Rimarrebbe la pressione esercitata con il trasporto, ma come è noto, Fertil è l’unico player nazionale che ha agito anche a riguardo del proprio impatto logistico, operando in due distinti centri produttivi, uno al nord e uno al sud (Fertileva) al fine di ridurre le tratte di consegna. Non trascuriamo nulla in senso ambientale e quindi sarebbe proprio interessante. Dipenderà da come il mercato vorrà recepire il messaggio, da quanto ci aiuterà a superare alcune limitazioni che il prodotto presenta rispetto a formati tradizionali meno ecocompatibili. Abbiamo scelto un volume di 12 litri, perché compatibile con la resistenza dell’involucro e perché facilmente movimentabile. Si tratta del volume necessario al riempimento di una balconetta. In buona sintesi: chi ci crede, cerca la strada, chi non ci crede, cerca una scusa. In questo momento in cui l’ambiente ha bisogno del contributo di ognuno, mi auguro sinceramente che il mercato non scelga la via delle scuse e assuma, invece, un atteggiamento collaborativo.