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Basilea 2: un’opportunità o un ostacolo?

Condividi Segnala a un amico 14 February 2008

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Sempre più spesso si sente parlare di Basilea 2, ma la poca e insufficiente informazione non permette alle aziende italiane di percepire quali cambiamenti comporterà nell’attività quotidiana. Cerchiamo quindi di spiegare quanto meno in linee generali di cosa si tratta e quali siano i vantaggi e gli svantaggi che potrebbero derivare per la nostra economia.

Un po’ di storia


Nel lontano 1974, a Basilea, si incontrarono i governatori delle banche centrali dei dieci paesi più industrializzati al fine di stabilire una strategia comune per affrontare i rischi nascosti e gli aspetti di difficile valutazione del mondo delle banche, che rappresentavano e che sono tutt'ora un elemento base del mercato di ogni singolo Paese. L'evoluzione di questi incontri ha generato, nel 1988, l'accordo Basilea 1, che aveva la finalità di dare stabilità ed equità alla concorrenza tra le banche. Il punto principale di tale accordo era la capitalizzazione dell'8% sul valore del prestito erogato. Dai primi lavori, emerse fin da subito la riduttività di tale accordo, poiché non teneva in minima considerazione le diverse probabilità di insolvenza relative alle singole realtà.
Nel 1999, il comitato già costituito varò Basilea 2 e nel gennaio 2001 il Comitato di Basilea ha pubblicato il documento noto come “The New Basel Capital Accord”: un documento di consultazione per definire la nuova regolamentazione in materia di requisiti patrimoniali delle banche. L'obiettivo era quello di giungere, attraverso il confronto con le autorità di vigilanza dei vari Paesi e una serie di indagini quantitative, a un testo definitivo entro la fine del 2003, mentre l'attuazione dell'accordo fu prevista per la fine del 2006.

La novità


La grossa novità di Basilea 2 è la correlazione tra il requisito minimo di capitale delle banche e la probabilità di insolvenza dei singoli debitori. Questo significa che tanto maggiore è il rischio, quanto più grande deve essere il capitale (chiamato tecnicamente “patrimonio di vigilanza”). Ricordiamo che il patrimonio di vigilanza rappresenta un vero e proprio costo per gli istituti di credito.
Il rischio, come viene definito da Basilea 2, deve essere calcolato come somma dei singoli rischi di credito assegnati. La valutazione del singolo rischio viene calcolata attraverso sistemi di rating, che si basano su un ampio spettro di informazioni delle imprese.
Tali informazioni riguardano le diverse aree dell’impresa e sono principalmente:

  • capacità storica e futura di generare liquidità;

  • struttura patrimoniale / flessibilità finanziaria;

  • qualità dei ricavi;

  • qualità e tempestività delle informazioni;

  • management;

  • posizione nel settore e prospettive;

  • rischio Paese.


In base al valore di rating calcolato delle imprese (informazioni quantitative e qualitative) verrà valutato da parte dei corporate banker il rischio a cui corrisponderà la copertura da parte delle banche e il relativo costo del credito per le imprese stesse.
Il calcolo del rating di un'impresa rappresenta in estrema sintesi il valore del rischio del capitale per un investitore che eroga un finanziamento a breve o medio/lungo termine.

La situazione in Italia


Per poter meglio comprendere come Basilea 2 potrebbe influenzare il nostro sistema produttivo, è necessario analizzare l’attuale panorama italiano.
Innanzitutto, si deve dire che il fenomeno italiano attuale più evidente è la perdita di competitività delle nostre imprese: si registra, infatti, un calo costante di quote nel commercio internazionale a favore di concorrenti esteri particolarmente agguerriti.
Per quanto ci riguarda, le cause della perdita di competitività coincidono, principalmente, con quattro punti deboli delle nostre imprese, complementari tra loro:

  • la dimensione troppo piccola;

  • la debolezza nell’innovazione;

  • la debolezza nell’internazionalizzazione;

  • la scarsa presenza nei settori high-tech.
    La nostra struttura imprenditoriale è infatti costituita per la maggior parte da imprese:

  • di dimensioni piccole e medie;

  • scarsamente patrimonializzate;

  • con situazioni debitorie appesantite, soprattutto verso fonti di breve termine.


L’incremento degli oneri finanziari che deriva da questa situazione, annulla in parte il “buon lavoro” quotidiano delle aziende italiane.
Inoltre, nel nostro Paese non sempre al successo di mercato o all’eccellenza di un’impresa nel suo comparto corrisponde una conoscenza adeguata degli strumenti della finanza d’impresa, né, tanto meno, uno sfruttamento ottimale delle opportunità che essi offrono. Per completare il quadro, una scarsa propensione al venture capital porta solo poche aziende italiane ad aprirsi all’ingresso degli investitori istituzionali nel capitale di rischio.

L’impatto di Basilea 2 sul mercato italiano


Non è quindi difficile immaginare che l’introduzione di Basilea 2 su uno scenario come quello descritto comporterà criticità e difficoltà per l’agire quotidiano delle nostre imprese.
Consideriamo, per esempio, quello che è forse l’elemento centrale delle nuove regole di Basilea 2 e per molti versi, il più dibattuto: la valutazione del rischio attraverso i rating interni.
Finora, nelle loro decisioni di concessione del credito, le nostre banche hanno seguito in prevalenza un approccio di tipo “assicurativo”, rinunciando a conoscere tanto la specifica realtà imprenditoriale da finanziare quanto i suoi progetti.
In futuro, queste stesse banche dovranno invece conoscere in modo specifico l’impresa per valutarla, soppesarne la rischiosità, correlarvi la quota di mezzi propri da accantonare e, quindi, fissare il prezzo del credito.
Questa logica dei rating sarà un vero e proprio banco di prova dell’attitudine delle banche e delle imprese alla modernizzazione.
Dovrebbe anche essere la leva che fa finalmente abbandonare la consuetudine del multiaffidamento a favore di un rapporto più esclusivo, basato sulla fiducia, e quindi sulla conoscenza e sul dialogo tra cliente e banca. “Dovrebbe” perché questo passaggio potrà avvenire davvero solo se sapremo ripensare la comunicazione tra le parti in causa secondo criteri di trasparenza, chiarezza e qualità.

Come comportarsi


Le banche non dovranno ridurre tutto il processo di valutazione dell’azienda a una produzione di giudizi automatici e standardizzati, ma dovranno considerare anche la sua cultura, la sua storia, le sue strategie e la sua visione del futuro, i suoi piani di investimento e le sue potenzialità di sviluppo. Perché, ovviamente, se anche i “numeri” di tutte le aziende fossero paradossalmente identici, continuerebbero a non esistere due imprese uguali e l’unicità di ogni realtà produttiva dovrà essere un elemento importante per chi giudica se finanziare o meno un’azienda o un progetto, e in quale misura.
Quanto alle imprese, dovranno far crescere la loro consapevolezza dell’importanza (non solo per i rating ma più in generale per la competitività) di darsi assetti produttivi, di mercato e organizzativi adeguati: in termini di rating “diminuire la propria rischiosità”.
Perché sia chiaro, non è indifferente, per esempio, produrre beni tradizionali o beni innovativi. Non è indifferente essere ben capitalizzati o troppo indebitati. Non è indifferente dover fare i conti con termini di pagamento a breve o a lungo termine. E non è indifferente rispettarli o no.
Quindi le parti si dovranno porre un duplice obiettivo:

  • realizzare un sistema moderno di finanziamento dell’impresa, che consideri ciascuna realtà aziendale, con le sue esigenze di finanziamento, nella sua specificità e complessità;

  • creare nelle aziende una cultura e una preparazione adeguate a cogliere le opportunità e valutare attentamente il capitale di rischio, che un sistema del genere è in grado di offrire.


Si può quindi concludere che si tratta, per le imprese italiane, di un percorso non facile e che tutti gli interlocutori, che costituiscono il macro e micro ambiente in cui si muovono le imprese – banche, associazioni, enti privati e pubblici, ecc., sono chiamati a promuovere e supportare, operando in sinergia. Se vogliamo rimanere sul mercato.