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Analisi » Casseforti certificate: non è tutto oro quel che luccica

Casseforti certificate: non è tutto oro quel che luccica

Condividi Segnala a un amico 02 July 2009
Sollecitati dalle e-mail dei nostri lettori, abbiamo provato a far luce su una situazione ingarbugliata, quella delle certificazioni delle casseforti secondo la UNI EN 14450 del 2005. Abbiamo coinvolto un produttore, un rivenditore e un esperto del settore, membro dell’ERSI e del comitato di elaborazione della norma: ecco cosa è emerso…

Ferramenta&Casalinghi è, da quarantacinque anni, la rivista di settore di riferimento per la rivendita tradizionale di ferramenta, e, in quanto tale, attraverso le proprie pagine ascolta e dà voce ai lettori. Di recente in redazione sono arrivate diverse e-mail in cui alcuni nostri affezionati lettori ci hanno segnalato una situazione che da tempo ormai si perpetua senza che nessuno muova un dito per risolverla: la poca informazione (che a tratti sfocia nella disinformazione) riguardo alle normative sulle casseforti. Casseforti che vengono regolarmente vendute attraverso il canale tradizionale della ferramenta, anche se sono davvero pochi i rivenditori che conoscono esattamente le differenze tra casseforti a uso privato e a uso professionale, e ancora meno quelli che sanno spiegare al cliente la reale robustezza di una cassaforte e la realeefficacia davanti a un eventuale attacco esterno.
A confondere ancora più le idee al rivenditore (e di conseguenza all’utente finale), casomai ce ne fosse bisogno, alcune campagne pubblicitarie di aziende del settore che, per promuovere i propri prodotti, enfatizzano una normativa che in realtà porta fuori strada l’utente inesperto che, sentendo associata tale norma alla parola “cassaforte”, non sa di avere a che fare con un “contenitore rinforzato e sicuro per uso privato”, che non può certamente resistere agli attacchi esterni come una vera e propria cassaforte (quella a uso professionale, per intenderci). E la normativa in questione, quella che alcuni nostri lettori ci hanno indicato come “poco chiara”, “fuorviante” e “oscura”, se associata al prodotto “cassaforte” è la UNI EN 14450 del 2005.

Una tavola rotonda per fare chiarezza
Per capirne di più abbiamo invitato, presso la nostra redazione, per dare
vita a un confronto inedito e costruttivo, uno dei principali produttori italiani, Roberto Antinoro dell’emiliana Stark, e uno dei rivenditori italiani con maggiore tradizione, Roberto Villatore della milanese Sergio Villatore Srl; abbiamo inoltre contattato l’ingegner Adalberto Biasiotti, membro del Comitato Direttivo
dell'ERSI (Esperti Riferme Serrature Italia), componente del comitato UNI di elaborazione della norma citata, componente del comitato di certificazione ICIM e del consiglio direttivo della Unione nazionale consumatori.

Proviamo a spiegare questa norma
Quali sono i punti “oscuri” di questa norma? Per farci un’idea abbiamo innanzitutto provato a cercarla in internet, attraverso il più noto dei motori di ricerca: Google. Tra i primi risultati, e la cosa già potrebbe sorprendere, fanno capolino tutte le aziende produttrici che reclamizzano i propri articoli certificati, ma della norma in sé nessuna traccia: l’unico modo per poterla consultare integralmente è collegarsi con il sito dell’UNI e acquistarla a 36 euro.
Sul sito insic.it troviamo invece la descrizione della norma, che riportiamo nel box nella pagina seguente. In sostanza la norma UNI EN 14450:2005 si riferisce ai contenitori rinforzati e sicuri per uso privato, specifica i requisiti e i metodi di prova ai quali queste vengono sottoposte per essere certi di acquistare un dispositivo davvero efficace e le classifica in base al loro livello di resistenza allo scasso assegnando due differenti classi di resistenza (S1 e S2).

Il fulcro della questione: 14450? Altro che casseforti…
La disamina dell’ingegner Biasiotti (che, in qualità di componente del comitato UNI di elaborazione della norma, evidentemente ne saprà qualcosa…) è chiara e a tratti spiazzante: “La norma inglese recita: EN 14450: 2005 - requisiti, classificazione e metodi di prova per la resistenza all’effrazione - secure safe cabinets. La dizione inglese, quella francese e quella tedesca evitano accuratamente di usare il termine 'cassaforte'; bensì, con una acrobazia interpretativa, la traduzione italiana ha fatto comparire la dizione proibita di cassaforte, aggiungendo la specificazione 'per uso privato'.
“Inoltre - aggiunge Biasiotti - la dizione europea della norma applicabile alle casseforti è la EN 1143-1:2005 Secure storage units. Requirements,classification and methods of test for resistance to burglary. Safes,ATM safes, strongroom doors and strongrooms. Safes è sostantivo plurale e significa casseforti, safe è aggettivo e significa sicuro (come secure); è evidente il tentativo di depistare l'utente, usando una parola similare ma con significato completamente diverso. La traduzione corretta è contenitore rinforzato (secure) e sicuro (safe), altro che cassaforte!”.

Le domande legittime del produttore
Parole senza dubbio forti, che trovano ulteriore conferma nelle considerazioni fatte da Roberto Antinoro della Stark. “Anche noi in Stark produciamo contenitori rinforzati e sicuri per uso privato, quindi non parlo per un mio ritorno personale, bensì mi esprimo a favore dell’intero settore; sono convinto che dare informazioni chiare al rivenditore, in modo tale che quest’ultimo possa trasferirle nella maniera corretta all’utente finale, sia il modo giusto e lungimirante per far crescere il comparto della sicurezza in Italia. Ci sono alcuni passaggi di questa normativa che appaiono quanto meno curiosi: quali sono questi metodi di prova a cui sono sottoposti i prodotti affinché possano ricevere la tanto agognata certificazione? Sono metodi di prova realmente efficaci? Al passo con gli effettivi attacchi che possono subire nella quotidianità le abitazioni degli italiani? Questi contenitori certificati sono davvero a prova di ladro?”
A queste domande poste da Roberto Antinoro, che in sostanza coincidono con quelle di alcuni nostri lettori, abbiamo provato a rispondere: per farlo, abbiamo esaminato la norma e scoperto alcuni aspetti assai interessanti. Quando si parla di sfondamento nella normativa, si fa riferimento a un martello da 1,5 kg e manico da 40cm; ossia, per essere a “prova di ladro” un contenitore dovrebbe resistere a un tale attacco per almeno un minuto (per essere classificata al
livello I) o per un due minuti e mezzo (livello II). Eppure tutti sanno che oggigiorno il più sprovveduto tra i malintenzionati si presenta con una mazza da 4 kg. E ancora: la normativa parla di scasso con trapano da 500W. Oggi tra i più economici che si trovano sugli scaffali di un comunissimo centro bricolage se ne trovano tanti da 750W. E non finisce qui. La normativa parla di smerigliatrici da 800W? Tra le meno potenti che si trovano sul mercato ci sono quelle da 900W.

Il parere del rivenditore
Anche Roberto Villatore, che fa parte di una delle storiche rivendite specializzate in casseforti, è d’accordo con Antinoro: “Il problema è la scarsa informazione della nostra categoria, che inevitabilmente si riflette sull’utente finale. Sono tanti i rivenditori che non conoscono le normative e, di conseguenza, non possono trasmettere alcuna nozione al cliente, che compra la cassaforte al buio senza ricevere adeguata assistenza in fase d’acquisto. Se io personalmente indico ai miei clienti il prodotto più adeguato alle singole esigenze, ci sono tanti rivenditori, per non parlare poi dei commessi della grande distribuzione, che non ne sanno assolutamente nulla: ciò è un grave problema per tutta la catena del settore, dal produttore al rivenditore, fino all’utente finale”.

Ma allora chi ci guadagna?
Abbiamo posto all’ingegner Biasiotti, in qualità di componente del comitato UNI di elaborazione della norma citata, una domanda piuttosto scomoda: chi ha insistito tanto per l’introduzione di questa norma? Tutti i produttori a livello europeo o in particolare quelli italiani? “Poiché l’Italia è il Paese con il numero maggiore di produttori di casseforti” ha risposto Biasiotti, “la risposta è implicita. Questa normativa è stata messa a punto per quella particolare famiglia di contenitori che indubbiamente non potranno avere le stesse caratteristiche di resistenza delle casseforti maggiori: nella declaratoria della norma è specificatamente indicato il fatto che la resistenza agli attacchi di questi contenitori è decisamente inferiore a quella della norma 1143-1:2005, quella dedicata alle casseforti a uso professionale”.
Insomma, il nocciolo della questione è: la norma c’è, è valida, ma fa riferimento a prodotti non certo di eccezionale robustezza. Ed enfatizzare questa norma associandola alla parola “cassaforte” rischia di essere fuorviante per chi è alla ricerca di un prodotto capace di custodire beni preziosi e di resistere ad attacchi esterni.
Come ha dichiarato l’ingegner Biasiotti, non uno dei tanti, ma uno che questa norma ha contribuito a scriverla, “i prodotti certificati secondo la 14450 in sostanza sono capaci di resistere ad attacchi neanche troppo violenti, e in quanto poco resistenti dovrebbero essere denominati per quello che sono, e cioè contenitori rinforzati e sicuri a uso privato. Altro che casseforti…”.



Chi è Adalberto Biasiotti
Laureato in ingegneria elettronica in Roma, nel 1964, con specializzazione in Elettroacustica e Ponti Radio, Adalberto Biasiotti ha un curriculum di tutto rispetto, che lo pone tra i maggiori esperti in Italia nella sicurezza.
Dopo aver ricoperto, dal 1979, l’incarico di direttore marketing in Lips Vago Elettronica, dal 1983 è libero professionista; ha pubblicato numerosi volumi divulgativi e specializzati nel campo della sicurezza e delle tecnologie avanzate.
Ha fatto parte del Comitato CEI 113, che ha redatto le norme italiane per gli impianti antintrusione; è stato membro del Comitato di Gestione dell'Istituto del Marchio di Qualità - I.M.Q.- nonché del Gruppo XIV della Associazione Italiana delle Industrie Elettrotecniche - ANIE. Ha fatto parte del Gruppo di lavoro UNI e fa parte del Comitato Direttivo dell'ERSI (Esperti Riferme Serrature Italia), che raduna le massime autorità italiane nel campo della tecnologia delle serrature.
Docente nelle attività di formazione specializzata in sicurezza presso il Centro Nazionale di Formazione in Sicurezza (INFORMA) e membro del Comitato di Certificazione per le casseforti dell'ICIM (Istituto di Certificazione Industriale per la Meccanica).




La norma “sacra”
La norma europea di riferimento per le casseforti professionali è la UNI EN 1143-1, che classifica i prodotti
in 14 gradi di resistenza crescenti da 0 a XIII mediante prove soggettive, eseguite cioè da operatori esperti, presso laboratori specializzati. Le casseforti da 0 a X prevedono due prove: accesso parziale e accesso totale, che generano due valori di resistenza (RU) ai quali corrisponde un certo grado di resistenza. L’Icim (Istituto italiano di certificazione per la meccanica) ha aggiunto altre regole (70R002) che prevedono due prove oggettive di penetrazione, realizzate con una massa battente e un cannello ossiacetilenico mosso tridimensionalmente da un sistema computerizzato. Il superamento di tali prove e di quelle previste dalla norma europea consente di classificare il mezzo di custodia secondo gradi crescenti espressi con lettere dell’alfabeto greco, da alfa a lambda.




La norma “incriminata”
La UNI EN 14450:2005 classifica i contenitori rinforzati e sicuri per uso privato in base al loro livello di resistenza allo scasso, assegnando due differenti classi di resistenza (S1 e S2). I contenitori rinforzati e sicuri per uso privato a norma vengono sottoposti a severe prove di resistenza all’attacco tramite attrezzi da scasso come ad esempio piede di porco, martello, leva, trapano elettrico e altri attrezzi utilizzati dai professionisti del furto. Dati identificativi: per identificare e garantire i contenitori rinforzati e sicuri per uso privato “a norma”, il fabbricante è tenuto a marcare in modo indelebile i prodotti conformi riportando le seguenti informazioni: i propri dati identificativi, il numero della norma, il livello di sicurezza del singolo prodotto (S1 o S2), l’anno di produzione.